prevenzione al suicidio

In anni recenti si sta sviluppando una “cultura” della prevenzione del suicidio, che implementa approcci diversi, dai modelli neuropsicobiologici, ai costrutti del dolore mentale (Hopelessness), o analizzando l’emarginazione sociale. la prevenzione parte dall’idea che emozioni negative, quali disperazione, angoscia, tristezza e rabbia, a lungo andare divengano insopportabili e spingano gli individui a decidere di togliersi la vita.

Con il termine “suicidio” si intende l’atto col quale una persona di procura volontariamente e consapevolmente la morte.

Questo estremo gesto di autolesionismo diviene probabile in condizioni di grave disagio o malessere psichico, determinato anche da cause strettamente personali. Benchè non esista un modo per prevedere con certezza questo atto, ci sono alcuni fattori statisticamente correlati: età avanzata, solitudine, lutto recente, malattie fisiche croniche, malattie mentali, alcolismo. Quando il soggetto si espone a rischi elevati o a situazioni pericolose per la propria incolumità (salite sui tetti, maneggiare armi pericolose,…) il proposito di suicidio è imminente; è possibile distinguere i principali comportamenti suicidari:

  • Autolesionismo deliberato: può presentare un rischio per il suicidio, ma nell’atto non c’è la reale intenzione di morire;
  • Ideazione suicidaria: pensieri riferiti a come mettere in pratica la propria morte;
  • Gesto suicidario o parasuicidio: azione con scarsa intenzionalità e mezzi poco lesivi; sono le manifestazioni di comportamenti suicidari ai quali la persona sopravvive. Non vanno comunque sottovalutati, perché chi compie questi gesti potrebbe anche commettere errori e procurarsi realmente la morte;
  • Mancato suicidio: il soggetto sopravvive per circostante impreviste, nonostante il gesto autolesivo potesse essere realmente fatale;
  • Suicidi mascherati: provocati rifiutando le cure o l’alimentazione, oppure per mezzo di incidenti stradali.

In queste situazioni, nelle quali l’atto suicidario è in procinto di essere commesso, è necessario che ad intervenire sia preferibilmente personale specializzato (psichiatri o psicologi), affrontando ogni situazione secondo criteri specifici a seconda di cause e caratteristiche specifiche. L’approccio di supporto psicologico da dedicare alle vittime sopravvissute vuole ottenere informazioni utili sulle capacità personali per riconoscere le future condizioni di stress e per sviluppare strategie di gestione efficaci.

Questo intervento dovrebbe proseguire anche oltre il momento critico della messa in pratica dell’azione suicidaria: è così possibile affrontare il disagio che ha causato la crisi, ma anche insegnare ai soggetti a rischio strategie alternative per far fronte ad eventuali altri momenti di disagio.

In situazioni di estrema sofferenza, il soggetto può iniziare a valutare, con grande ambivalenza, il suicidio: si alternano i desideri di morire per porre fine al dolore e di essere salvati; per gestire correttamente questa situazione, sono necessari una corretta valutazione del rischio e la gestione dei soggetti che risultano a rischio.

I fattori di rischio, in particolare, vengono suddivisi in: fattori biopsicosociali, quali disturbi mentali o abusi e traumi; fattori ambientali, ossia problemi economici, sociali, relazionali; fattori socioculturali, ossia mancanza di sostegno sociale, isolamento, credenze culturali e religiose. Esistono inoltre svariati indizi, sia verbali o scritti (parlare del suicidio, accennare di aver già fatto un tentativo, esprimere sensi di colpa illogici), sia non verbali (isolarsi socialmente, regalare oggetti cari, trascurare l’aspetto fisico e l’igiene). Inoltre, una corretta valutazione può essere arricchita dalla conoscenza delle esperienze pregresse del soggetto.

Il programma di prevenzione del suicidio segue tre livelli di attività:

  1. Prevenzione primaria: lavora sui fattori di rischio, quali migliorare le condizioni sociali, promuovere le competenze personali, assicurare una formazione specifica a chi si occupa delle popolazioni ad alto rischio; questo intervento è rivolto alla popolazione in generale.
  2. Prevenzione secondaria: rivolta alla popolazione a rischio, quali soggetti con diagnosi psichiatrica, che hanno vissuto eventi in grado di innescare stress traumatico, o che subiscono una crisi emozionale, che rompe l’equilibrio psichico. Queste persone infatti possono sperimentare la sensazione di non avere vie d’uscita, se non l’attuare scelte disfunzionali quali abuso di sostanze o anche agiti suicidari.
  3. Prevenzione terziaria: gli interventi che vengono attivati in seguito ad un atto autolesivo non letale, per evitarne la ripetizione, o per sostenere a livelli emotivo i familiari di coloro che portano a termine l’atto del suicidio.

La prevenzione si pone quindi l’obiettivo di sviluppare e incrementare i fattori protettivi e ridurre i fattori di rischio noti; chiaramente i programmi devono prevedere una durata adeguata e la possibilità di essere ripetuti nel tempo. Con tali interventi si cerca innanzitutto di riconoscere e aiutare i soggetti in crisi, con l’accesso ai servizi di assistenza, rafforzando i fattori protettivi, quali sostegno sociale e familiare e capacità di coping.

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