manipolatore

Ogni rapporto di fiducia rappresenta uno spazio di condivisione e benessere, che può portare ad una chiusura verso l’esterno, ma anche ad un abbassamento delle difese personali, due elementi non necessariamente nocivi; ma quando sveliamo ad altri le nostre intimità e vulnerabilità, il rischio è quello di sbilanciarsi troppo a favore dell’altro.

La fiducia è comunque necessaria ad ogni relazione, ma per riconoscere una relazione tossica bisogna porre attenzione a veloci cambiamenti nelle proprie abitudini o nel proprio modo di pensare, cosa che può farci illudere di aver raggiunto una nuova maturità, ma che a volte può essere il risultato di una lunga suggestione, da cui uno dei due soggetti cerca di trarre vantaggio, a scapito dell’altro.

Il primo soggetto è senz’altro un abile manipolatore, molto persuasivo, tanto da modificare le percezioni della vittima, costringendola a condividere il proprio punto di vista. Infatti il manipolatore agisce nella estrema convinzione riposta nelle proprie idee, legando progressivamente a sé l’altro, dal cui sostegno trae appagamento.

Normalmente, dato il grosso investimento di tempo e risorse, il manipolatore ottiene anche un discreto successo; qualora non accadesse, potrebbe anche arrivare a gesti estremi.

Quando la manipolazione non è uno strumento ma un fine ed il manipolatore è cosciente della manipolazione che sta mettendo in atto si parla di Gaslighting: il manipolatore fa dubitare la sua vittima delle sue percezioni, fino a rendere il ricordo stesso del proprio vissuto debole, come fosse immaginario, con gravissime conseguenze sull’autostima del suo bersaglio, che si ritiene stupido, incapace o addirittura pazzo.

Il nome deriva dal film Gas Light e dai suoi rifacimenti successivi, che descrivono bene il contesto: un marito che, intendo a frugare in casa per trovare le ricchezze della moglie, abbassa l’intensità di luci e gas; la moglie protesta, ma il marito riesce a convincerla che il cambiamento sia frutto solo della sua immaginazione, portandola dopo molto tempo alla pazzia. La vittima è indebolita gradualmente tramite una strategia subdola che mira a deprimere totalmente il bersaglio, alterando piccoli elementi nella quotidianità in maniera continua, costante e sistematica, rendendo quindi questi minuscoli cambiamenti estremamente pericolosi.

Il gaslighter mostra un autentico malumore per l’incapacità della vittima, ponendosi come colui che la conosce meglio e può quindi aiutarla a sopperire a queste mancanze; si instaura un rapporto tossico, la vittima vede l’aggressore come fonte di autorità, che può aiutarla in cambiamenti che di fatto non si verificheranno mai.

Nella vittima può emergere una vera e propria dipendenza dall’opinione altrui, con pesante senso di insicurezza e inadeguatezza. Entrambi i membri sviluppano una dipendenza reciproca, in cui l’aggressore critica la vittima, la quale ricerca in lui la salvezza, nel tentativo comune di entrambi di deresponsabilizzarsi; mentre l’aggressore controlla completamente il bersaglio, la vittima è sempre più inconsapevole e tendenzialmente sviluppa uno stato depressivo.

È un fenomeno difficile da individuare, poiché il gaslighter è ormai molto abile nella manipolazione, è formidabile nel prevedere le possibili reazioni delle vittime, nel fornire messaggi sia positivi che negativi, non per deprimerle, ma, nel suo disegno, per renderle migliori, rendendole completamente dipendenti. Tuttavia il manipolatore è spesso incapace di accettare qualunque critica: se confrontato, non potendo argomentare il suo comportamento in modo razionale, lo giustificherà come necessità imposta dall’esterno per proteggersi dai pericoli.

Una realtà tipica è anche quella del genitore autoritario e iperprotettivo, che tratta il figlio da incapace, fino ad impedirne l’uscita dal modello educativo autoritario: infatti, anche l’iperprotezione è un fattore importante del Gaslighting e l’autorità genitoriale diviene e resta assoluta, deprivando i figli di ogni responsabilità e anzi alimentando vissuti di colpa.

La mancanza di parità e intesa di queste relazioni genera un vuoto che preclude la crescita di un sincero amore, posto in secondo piano rispetto al controllo del manipolatore, che si configura come vittima delle proprie azioni: agisce nel solo intento di auto-glorificarsi, incapace di empatia e interesse per l’altro, spingendosi verso la totale negazione dell’identità e dei bisogni altrui, per proteggersi nell’attesa di una “nuova vita” in cui sentirsi emancipato dalle delusioni e dall’abbandono, che ovviamente non arriverà mai. Spesso nelle relazioni conflittuali fra coniugi troviamo questi schemi relazionali, per allontanare il coniuge in caso di insoddisfazione.

Quando una frustrazione mette in crisi la fiducia che il manipolatore ripone in sé, può crollare tutto: l’aggressività diventa palese, fino alle molestie, le emozioni vengono annullate e ci si allontana dalla realtà.

Spesso chi si trova in queste relazioni non se ne accorge, ma può essere utile prestare attenzione ad alcuni segnali: l’essere sempre in completo accordo con l’altro, il rinunciare all’esprimere la propria opinione, il giustificare sempre gli altri.

Serve un concreto aiuto per uscirne, perché la vittima possa vedersi come autonoma e portatrice di capacità; in Italia però queste problematiche sono spesso sottovalutate ed il contesto sociale tende a giustificarle: tolleranza e sminuimento verso i casi di violenza sulle donne, biasimando la vittima per l’accaduto, casi di bullismo in cui viene giustificato il bullo stesso. Indispensabile quindi rivolgersi allo psicologo o allo psicoterapeuta.

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