alimentazione de emozioni

In occasione della IX Giornata del Fiocchetto Lilla, per la sensibilizzazione ai Disturbi della Nutrizione e dell’Alimentazione, Psychoarea aveva organizzato una serata informativa gratuita per parlare dello stretto legame tra alimentazione ed emozioni; l’evento è stato annullato per l’emergenza coronavirus, ma è stato pubblicato un video che divulghi i contenuti che sarebbero stati trattati nella serata. Intervengono la dr.ssa Patrizia Todisco, medico chirurgo specialista in medicina interna e psichiatria, psicoterapeuta e responsabile  del Centro per la cura dei DCA presso la Casa di Cura “Villa Margherita” e la dr.ssa Sylvia Schifano, psicologa e psicoterapeuta specializzata nel trattamento dei Disturbi dell’Alimentazione.

Capita a tutti di rendersi conto che il rapporto col cibo possa avere a che fare con qualcosa di diverso dalla fame fisiologica, spesso con scarsa consapevolezza delle motivazioni a riguardo; molti hanno anche convinzioni errate su cibo e alimentazione. La fame fisiologica è uno stimolo molto conosciuto ed è un segnale del nostro organismo che ci invita ad alimentarci e recuperare energie; allo stesso modo, quando proviamo ansia (emozione), con i suoi correlati fisiologici (attivazione), essa è un segnale del nostro corpo che ci informa di percepire una minaccia (interpretazione della realtà). Questo schema vale per ogni emozione, con diverse interpretazioni e manifestazioni di attivazione fisiologica. Il problema è che spesso i segnali emotivi vengono poco considerati o ricevono poca attenzione, rispetto ad esempio ai segnali di bisogni più fisiologici come mangiare, bere, dormire. Ci interroghiamo poco, o meno, sul perché proviamo tali emozioni e sul come gestirle; è però importantissimo imparare a conoscere emozioni diverse, con motivazioni e scopi diversi.

Qual è il possibile collegamento tra il provare un’emozione e la nostra alimentazione? Innanzitutto, dobbiamo tenere a mente che ogni emozione ha dei correlati fisiologici, perciò può modificare il nostro assetto fisico, ad esempio provando sensazioni fisiche che possono riguardare anche il nostro sistema digerente (“stomaco chiuso”). Nello specifico, possiamo analizzare il funzionamento del cervello: esistono infatti i circuiti del piacere, deputati a produrre le sostanze neurochimiche che ci fanno stare bene; molti studi hanno dimostrato l’azione diretta del cibo su questi circuiti, alcuni alimenti ci aiutano a produrre ad esempio le endorfine e sono detti ad alta “palatabilità”, cioè sono più appetitosi. Nonostante un primo sollievo, questo meccanismo può attivare anche un altro aspetto della struttura cerebrale coinvolto nella dipendenza dalle sostanze d’abuso: mangiamo in modo impulsivo per ripristinare immediatamente il mio benessere, interrompendo la curva delle emozioni e ottenendo gratificazione immediata; ci sono però due controindicazioni: un comportamento immediatamente risolutivo è spesso associato a dipendenza; non rispettare l’andamento fisiologico della curva dell’emozione fa sì che l’emozione scenda rapidamente, ma anche che poi diventi intensa più velocemente e facilmente. Altre persone, invece, a fronte di emozioni intense mettono in atto strategie che riducono l’apporto alimentare: per queste persone è il riuscire a controllare i propri impulsi che rappresenta una fonte di gratificazione e ha un effetto molto positivo sull’autostima, sulla quale agisce un altro fattore legato alla restrizione, ossia il rinforzo positivo a livello sociale della perdita di peso.

È importante analizzare per quale motivo chi si sottopone a regimi alimentari dietetici, spesso molto restrittivi, tenda poi a recuperare il peso perduto o addirittura ad aumentarlo. Sono sicuramente coinvolgi aspetti metabolici, ma anche aspetti psicologici: se alcuni alimenti hanno la capacità di ripristinare lo stato di benessere, il fatto di essersene privati porterà ad un desiderio estremo degli stessi; parliamo di “circolo vizioso della restrizione e dell’abbuffata”, osservabile sia nel breve termine (“Ieri ho mangiato troppo, oggi quasi digiuno”, finendo con l’avere molta fame), che nel lungo termine. Una strategia decisamente migliore è quella di un’alimentazione varia, equilibrata e non restrittiva rispetto ad alcune classi di alimenti. Alla luce di ciò, bisogna imparare ad osservarsi, ossia avere maggiore consapevolezza di quanto proviamo, pensiamo, viviamo e di conseguenza di quali sono i nostri bisogni, cercando strategie nuove e diverse rispetto alla restrizione o all’abbuffata, che spesso attuiamo in maniera automatizzata poiché abituati da lungo tempo.

I disturbi in oggetti erano in passato denominati “Disturbi del Comportamento Alimentare” (DCA), a sottolineare come l’aspetto comune riguardasse un modo particolare e patologico di gestire il cibo e la sua assunzione; oggi gli esperti li denominano “Disturbi della Nutrizione e dell’Alimentazione”, raggruppando tutte le patologie che manifestano un rapporto alterato col cibo, che possono riguardare bambini, adolescenti e adulti. Questa nominazione potrebbe essere fuorviante, stressando molto la componente alimentare, mentre queste patologie, pur manifestandosi nel rapporto col cibo, sono molto legate a sofferenze psicologiche importanti. Il comportamento alimentare scorretto è sicuramente il sintomo, ma dipende da tantissimi fattori: queste patologie molto gravi riguardano un brutto rapporto, oltre che col cibo, col proprio corpo. Spesso il “prototipo” di questa categoria è l’anoressia nervosa, con persone estremamente magre che non riconoscono la loro magrezza e cercano di mantenere un peso molto basso col digiuno, con l’eccessiva attività fisica o con vomito, lassativi e diuretici per compensare il pochissimo cibo assunto. L’anoressia è però solo uno dei disturbi, non solo l’estrema magrezza denota un DCA, bensì qualsiasi tipo di peso: il paziente con bulimia nervosa può avere un peso nella norma o essere addirittura sovrappeso; il paziente con binge eating disorder (BED) mette in atto abbuffate estreme senza alcun tipo di compensazione, quindi è generalmente parecchio sovrappeso o obeso.

I DCA sono patologie che riguardano soprattutto la fascia d’età tra adolescenza e prima età adulta (da studi di prevalenza, 12-25 anni); sono più frequenti nelle donne, anche se, mentre nell’anoressia la prevalenza è nettamente femminile (10:1 per le donne), in altre patologie come ad esempio il BED il rapporto maschi-femmine è meno sproporzionato (3:2 per le donne). Queste patologie hanno avuto dagli anni ’60 un aumento di diffusione, mentre i numeri sembrano più stabili nell’ultimo decennio, anche se va considerato che spesso le persone con disturbi alimentari difficilmente si rivolgono ad un terapeuta; i casi si stanno però diffondendo sempre di più in soggetti sempre più giovani, anche in bambini di 8 anni.

I DCA sono patologie multifattoriali e non ne conosciamo ancora tutte le cause; gli studiosi assumono in punto di vista biopsicosociale: ci sono fattori genetici, ereditari e non, che riguardano il controllo del peso e della fame-sazietà; fattori legati ad una società sempre più attenta a perfezionismo e forma fisica e alla famiglia d’origine, in cui alcune modalità relazionali possono favorire l’insorgenza di un CA; fattori psicologici individuali quali scarsa autostima, tendenza al perfezionismo, rigidità di pensiero, incapacità di regolazione delle emozioni. È importantissima anche l’interazione gene-ambiente Incontrando un evento scatenante, quale una delusione, un lutto, un trauma, tutti questi fattori portano l’individuo predisposto a sentirsi senza speranza; infatti le persone predisposte, anche prima di sviluppare il disturbo, spesso hanno fatto fronte alle difficoltà di autostima eccellendo in qualcosa, uno sport, lo studio, le relazioni. Quando un evento invalida questo meccanismo di equilibrio e controllo si innesca il disturbo alimentare, unico modo di controllare, attraverso il cibo, la propria esperienza; la restrizione li fa sentire forti e competenti, auto-alimentando un circolo vizioso disfunzionale, che rende sempre più rigida la restrizione. Anche bulimia e BED hanno un meccanismo di mantenimento: c’è l’idea che tutto possa dipendere dal peso e dall’aspetto, che forniscono sensazione di benessere e accettazione; quando, tentando un meccanismo restrittivo, cedono ad una tentazione, le persone affette si sentono terribilmente in colpa e perdono completamente il controllo, aumentando nuovamente la colpa e tentando di compensare con condotte eliminatorie. Il BED risponde generalmente a situazioni di forte disagio emotivo o a situazioni di comorbilità con altre patologie psichiatriche quali la depressione. Non bisogna sottovalutare le complicanze mediche, oltre a quelle psicologiche e relazionali: l’anoressia può portare alla morte per l’eccessiva magrezza, ma anche la bulimia, perché il vomito e l’abuso di lassativi possono ridurre il potassio, la cui carenza può portare all’arresto cardiaco e alla morte improvvisa, così come il BED per l’eccessiva obesità.

Per poterli riconoscere è importante comunque considerare il comportamento alimentare come un importantissimo indice: improvvise restrizioni alimentari, bugie per non mangiare a tavola, improvvisi cambi d’umore, ritiro e solitudini e comportamenti anomali rispetto al cibo, quali ad esempio mangiare molto e poi correre in bagno o nascondere scorte di cibo. Non dimentichiamo che il sintomo riguardante il cibo nasconde spesso un senso di inadeguatezza e un confronto continuo con l’altro.

Se incontriamo qualcuno con queste patologie, è sconsigliato affrontare direttamente l’argomento del cibo, perché la persona si irrigidirebbe, sentendosi non compresa nell’unico elemento che le permette un controllo sulla propria vita. Bisogna essere disponibili all’ascolto, mostrando sensibilità e non aggressività, perché l’attacco precluderebbe la relazione. Fondamentale rivolgersi poi a degli specialisti, possibilmente ad un centro per un intervento multidisciplinare che aumenti la probabilità di guarigione. L’equipe multidisciplinare lavora in ambito di ambulatorio, ma anche di ricovero o day hospital, trattamenti che si riservano alle casistiche più gravi, con le quali l’approccio ambulatoriale non sia di aiuto.

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