cybercondria

Cybercondria: una psicopatologia epidemiologicamente in aumento anche prima della pandemia, amplificata dalle notizie preoccupanti riguardo la salute e dall’impossibilità di consulti specialistici, data la pandemia.

Dati del 2010: l’88% degli utilizzatori di internet consulta “dr. Google”, dal 2007 al 2016 le ricerche online sulla salute sono aumentate del 62% nel Regno Unito.

La Cybercondria riguarda l’eccessiva ricerca online di informazioni mediche, con incremento dei livelli di ansia per la propria salute, soprattutto per chi già soffre d’ansia. Per alcuni, l’ansia è primaria e le ricerche tentano di alleviarla, mentre per altri vale il contrario (la ricerca genera ansia).

Le prime definizioni sottolineano due aspetti: uso di internet per ricerca di informazioni mediche e tendenza a perpetuare tale comportamento per ottenere nel breve termine una riduzione della preoccupazione, divenendo poi un pattern abituale.

Si osserva anche un’escalation di preoccupazione nei riguardi di segni e sintomi corporei: dai sintomi più innocui e comuni, la ricerca può andare poi a riguardare sintomi molto più severi e/o rari. Il problema è che non sempre le informazioni ricavate online sono affidabili: Microsoft Research su oltre 40 milioni di pagine web ha sottolineato un collegamento tra patologie rare – es tumori cerebrali – e sintomi comuni, es mal di testa.

Inoltre, le informazioni sono spesso discrepanti, anche perché le fonti di tali informazioni non sono sempre verificate.

I vissuti ansiosi portano ad un grosso impiego di risorse, tale da compromettere gravemente il funzionamento personale. Per Starcevic e Berle la Cybercondria conterrebbe una componente ossessivo-compulsiva del comportamento di ricerca, derivante da preoccupazioni somatiche. McElroy e Shevlin propongono luna concezione di costrutto multidimensionale: compulsione alle ricerche su internet, stati emotivi ansiosi e sfiducia nei confronti del medico curante. Le componenti principali che compongono la cybercondria sono una bassa autostima, associata direttamente con la gravità del disturbo, l’intolleranza all’incertezza (non è chiaro se il legame sia causale o di correlazione) e metacredenze positive di utilità, negative di pericolosità e incontrollabilità. L’aspetto metacognitivo riguarderebbe infine anche credenze riguardo a rituali e segnali di stop, come quelle incluse nel modello cognitivo del DOC.

Non si rilevano differenze di genere nella presenza del disturbo, ma l’età modera la quantità d’ansia sperimentata: per i giovani, le ricerche su internet sono più rassicuranti e meno spesso elicitano sintomatologie ansiose. Il quadro di Cybercondria è spesso in comorbilità con ansia sulla salute, DOC e dipendenza da internet: quindi potrebbe rappresentare una sindrome transdiagnostica.

L’approccio CBT (integrato all’intervento psicoeducativo) pare promettente, lavorando sui pensieri ossessivi (comuni al DOC), la dipendenza da internet, l’intolleranza all’incertezza, le metacredenze, la ristrutturazione cognitiva (errate interpretazioni di sintomi fisici) e tendenza al perfezionismo; ovviamente risultano qui utilissimo gli interventi di esposizione con prevenzione della risposta, per dilazionare le ricerche su internet. Non esiste ancora una linea farmacoterapeutica di riferimento, è possibile una terapia con SSRI.

La cybercondria quindi è una nuova area di interesse nosografico, che non è solo frutto della pandemia, ma riguarda l’utilizzo dell’innovazione odierna.

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