relazione

La disponibilità emotiva è un’integrazione tra la teoria dell’attaccamento e il concetto di sensibilità materna. Una relazione sana, infatti, dà la possibilità al bambino di esplorare il mondo che lo circonda e allo stesso tempo di avere quel contatto fisico, che trasmette sicurezza e affetto.


Alcuni autori descrivono la disponibilità emotiva come una presenza supportiva durante l’esplorazione del bambino e come un’accettazione delle espressioni emotive del figlio, che siano esse positive o negative, dando così la possibilità al bambino di potersi esprimere in maniera diversificata in base alla situazione.


Nella relazione diadica madre-figlio quindi, oltre alla presenza fisica, risulta fondamentale la presenza emotiva, cioè un caregiver ricettivo alle segnalazioni del figlio, capace di percepire e comprendere i segnali che provengono dagli altri.


Il costrutto della disponibilità emotiva fa inoltre riferimento all’abilità del caregiver di strutturare l’attività del bambino guidandolo e supportando la sua autonomia.


Un ulteriore contributo alla definizione di disponibilità emotiva ci viene fornito da Biringen, che sottolinea l’importanza del bambino nella relazione, che viene visto come soggetto attivo nella costruzione del rapporto, in quanto le sue caratteristiche vanno a influenzare le risposte del caregiver.

Alcuni professionisti, tra cui il sopracitato Biringen, crearono le EAS, Emotional Availability Scale, uno strumento specificatamente usato per comprendere la disponibilità emotiva all’interno di una relazione. Le EAS sono delle griglie osservative che vengono applicate su materiale videoregistrato o durante un’osservazione; devono inoltre essere sempre presenti due giudici per assicurarne la validità. Lo strumento è suddiviso in sei parti, quattro relative al genitore e due relative al bambino.
Gli ambiti indagati sono i seguenti:

  • sensibilità: in questa scala viene valutata la capacità del caregiver di sintonizzarsi emotivamente con il bambino, di comprendere e rispondere ai suoi bisogni, di essere flessibile nel modo di porsi all’infante e di vedere in lui una persona distinta e indipendente;
  • strutturazione: indica la capacità del genitore di fornire le giuste indicazioni per aiutare il bambino nelle sue attività, vengono forniti limiti e regole, cercando, però, di rispettare l’autonomia del bambino, fondamentale per il suo sviluppo;
  • non-intrusività: questa dimensione si riferisce alla capacità del caregiver di essere disponibile senza invadere l’autonomia del bambino. I comportamenti intrusivi sono sia quei comportamenti in cui in genitore interferisce troppo e va contro l’attività del bambino, sia quelli in cui il genitore è fin troppo presente e aiuta eccessivamente il bambino in compiti che sarebbe in grado di compiere da solo. Mentre la strutturazione si riferisce alla guida del bambino, la non-intrusività è collegata alle interferenze vere e proprie;
  • non-ostilità: indica la capacità di porsi al bambino con modalità affettuose, calde e sensibili. L’ostilità può essere coperta, per esempio nelle prese in giro o nel tono di voce irritato e aggressivo, oppure aperta, quando il genitore risulta apertamente aggressivo e impaziente.
  • responsività: questa scala si riferisce al desiderio e alla propensione emotiva del bambino ad interagire con il proprio caregiver, in seguito ad un invito esplicito da parte del genitore. Indica inoltre il livello affettivo generale del bambino e la sua capacità di esplorazione dell’ambiente, tenendo in considerazione l’età e il contesto;
  • coinvolgimento dell’adulto: quest’ultima scala riguarda la capacità del bambino di coinvolgere il genitore nelle sue attività. I bambini coinvolgono in maniera differente gli adulti in base all’età; solitamente per ricercare il genitore i bambini usano sguardi e domande, oltre che richieste esplicite.

Le EAS sono state validate da diverse ricerche, che hanno dimostrato come la disponibilità emotiva possa essere usata come un parametro per valutare la qualità della relazione affettiva genitore-figlio.

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