attacco di panico

Se chiedessimo a qualsiasi persona  di aver provato un elevato livello di ansia nell’arco della propria vita la risposta sarebbe indubbiamente positiva ma con quanta certezza è possibile sostenere che queste persone abbiano sperimentato un elevato livello di ansia o un attacco di panico? Non potremmo di certo essere sicuri di quanto le risposte ottunute siano delle false interpretazioni dovute   a mancanza di informazioni o di consapevolezza delle proprie sensazioni e pensieri. Difatti, in molti casi le persone non dispongono di altro che di una identità alienata, regolata cioè da norme e valori di cui il soggetto non detiene il controllo e che almeno in parte conducono a false interpretazioni del somatico, di conseguenza, l’attacco di panico potrebbe essere confuso con un infarto oppure con la sensazione di svenire. 

In letteratura si riscontra che la prevalenza nell’arco della vita del’attacco di panico o, meglio, Disturbo d’attacco di Panico (DAP) è simile in tutti i paesi del mondo variando tra l’1.6% ed il 2.2%, e circa il 10% della popolazione ne riporta almeno un evento nel corso della vita. 

L’attacco di panico può essere definito come un evento che si manifesta con un’improvvisa e intensa paura in assenza di un reale pericolo, accompagnata da sintomi somatici, dovuti all’attivazione del sistema simpatico, e cognitivi come la paura di impazzire, di perdere il controllo, di morire. Generalmente raggiungono rapidamente l’apice e sono di breve durata, solitamente dieci minuti o meno. 

Il carattere improvviso dell’attacco di panico e la loro relativa imprevedibilità, porta spesso le persone che hanno questo problema a sentirsi particolarmente deboli e vulnerabili, condizione che porta spesso a un cambiamento significativo della vita. Tra le modificazioni rilevanti ritroviamo l’insorgenza di vergogna e timore che il malessere sia paercepito dalle altre persone  favorendo un’immagine di sè “debole” o “vulnerabile”.

La risposta a questo tipo di eventi è fisiologica oltre che psicologica, le emozioni vengono tradotte in sensazioni corporee ma sfuggono alla coscienza del soggetto che le vive, l’esperienza dell’evento “traumatico” diventa irreale, l’individuo si ritrova impotente, privo di difese, sommerso da un fiume di sensazioni incontrollabili, spaventose a cui è impossibilitato a reagire. In altre parole, la persona  prova una paura incontrollata e incontrollabile, tanto da arrivare a pensare di stare per morire.

I sintomi degli attacchi di panico coinvolgono processi sia somatici sia cognitivi. Sul piano fisico ritroviamo:

  • rossore al viso e talvolta all’area del petto;
  • capogiri, sensazione di stordimento, debolezza con impressione di perdere I sensi;
  • Parestesie, più comunemente rappresentate da formicolii o intorpidimenti nelle aree delle mani, piedi o viso;
  • difficltà respiratoria, tecnicamente definita dispnea o soffocamento;
  • aumento della sudorazione oppure brividi, legati a repentini cambiamenti della temperatura corpore e della pressione;
  • nausea, sensazioni di chiusura della bocca dello stomaco o di brontolii intestinali;
  • tachicardia o palpitazioni, spesso associati a dolori al torace;
  • tremore o scatti.

Invece, sul piano cognitivo è possibile riscontrare:

  • paura di perdere il controllo;
  • paura di impazzire;
  • non appartenenza alla realtà, derealizzazione;
  • osservare dall’esterno cosa accade al proprio corpo, depersonalizzazione;
  • incapacità di gestione di qualcosa di terribile;
  • paura o convinzione di stare sul punto di morire;
  • crisi di pianto;
  • desiderio di fuggire dal luogo in cui si manifesta l’attacco di panico.

E’ possibile dedurre facilmente che la convivenza con tale disturbo non sia facile e che condizioni sempre più la vita quotidiana delle persone fino a modificarne le abitudini quotidiane più scontate.

Ciò che comporterebbe la scelta di un percorso riabilitativo di ambito psicoteraputico sarebbe proprio l’incapacità di non riuscire a vivere più la quotidianità in maniera uguale al periodo precedente alla manifestazione dell’attacco di panico. 

A tal proposito, in risposta alla richiesta di aiuto, si ritrovano sul versante psicologico delle prospettive psicoterapeutiche interessanti come la terapia cognitiva-comportamentale (CBT) che definisce il malessere psicologico legato a una tipologia di pensiero disfunzionale che si mantiene nel tempo.

In altre parole, in tale approccio si sottolinea l’importanza delle distorsioni cognitive e della rappresentazione soggettiva della realtà nell’origine e nel mantenimento dei disturbi. 

La terapia cognitiva comportamentale mira a eliminare i timori esagerati e i comportamenti di controllo ed evitamento nel tentativo di riacquisire un senso di sicurezza e di confidenza nelle attività della vita quotidiana. In particolare si serve di interventi psicoeducativi, tecniche di esposizione, eliminazione dei comportamenti di controllo e ristrutturazione cognitiva.

Un’altra prospettiva consolidata per il trattatamento del DAP è l’Eye Movement Desensitization and Reprocessing (EMDR), terapia già consolidata per il trattamento del disturbo Post Traumatico da Stress (PTSD).

L’EMDRsi focalizza sul ricordo dell’esperienza traumatica ed è una metodologia completa che utilizza i movimenti oculari o altre forme di stimolazione alternata destro/sinistra per trattare disturbi legati direttamente a esperienze traumatiche o particolarmente stressanti dal punto di vista emotivo. Ha l’obiettivo di integrare l’evento traumatico in una prospettiva più adattiva. L’individuo usa l’esperienza in modo costruttivo e la inserisce in uno schema cognitivo ed emotivo positivo.

In conclusione, l’elaborazione dell’esperienza che avviene con l’EMDR permette al paziente, attraverso la desensibilizzazione e la ristrutturazione cognitiva, di cambiare prospettiva, cambiando le valutazioni cognitive su di sé, incorporando emozioni adeguate alla situazione oltre ad eliminare le reazioni fisiche.

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